Kabul/ Il velo non ci dona

dupattaMettiamoci l’anima in pace: il velo non fa per noi. Noi donne occidentali non musulmane, intendo. E’ una questione di fashion, di glamour, direbbe Bia Sarasini che ieri ha scritto un post commentando la presenza in Svizzera di giovani donne in jeans, velo e accessori (e che per anni ha tenuto su Noidonne una rubrica di moda che ancora rimpiango).

Mi spiego meglio. Non intendo parlare di velo e di Islam, la questione mi è sempre parsa inutile e annosa, a meno che non si tratti di donne obbligate a indossarlo. Parlo di me e delle altre che lavoriamo in paesi islamici e in numerose situazioni dobbiamo indossare il velo o semplicemente è meglio così per non dare troppo nell’occhio. Oggi a Kabul, ieri in Pakistan. Sono in fila per la perquisizione di routine (a proposito, signori della moda intima per donna: per favore importate anche qui i reggiseni con il ferretto, le poliziotte lo toccano e ritoccano e chiedono sempre se è confortevole e se fa bene il suo lavoro): davanti a me molte colleghe europee e americane. A Kabul il velo non è lungo e va indossato. Le signore l’hanno giustamente portato da casa: eleganti sciarpe di seta e chiffon troppo strette troppo lunghe, cadono continuamente dai capelli; fa caldo e sul collo sola il sudore. E poi: come li tieni i capelli? Mica sciolti, sembri una pazza e non sei Angelina Jolie in Sud Sudan, dove sta ferma davanti alle telecamere: qui procedi, porti lo zaino, ti fermi e riparti, di giorno fa caldo, la notte fa freddo e quel copricapo è troppo leggero.

In Pakistan le donne usano la dupatta, come le indiane: larga un metro lunga due e mezzo, copre le spalle e le braccia, e ha un orlo speciale che in lingua urdu e farsi viene chiamato PCO: eseguito rigorosamente a macchina può essere di vari tipi. Mai usare la dupatta senza PCO, tipo pareo alle Maldive, vi metterebbero in mano gli spiccioli per l’elemosina. La dupatta fa un caldo mostruoso, quindi optate per il cotone, sempre e comunque, tranne che per una serata elegante in cui sarete all’interno di una casa e potete tenerla sulle spalle. Il cotone poi non scivola dalla testa quindi non state sempre a muovere le braccia come un mulino per risistemarlo.

Il problema che l’Occidente ha con l’indumento è che le donne qui non portano borse: (inoltre i loro vestiti non hanno tasche): solo piccoli borsellini che infilano al polso tramite una apposita maniglietta. Noi portiamo borse-marsupio-casa-di-lumaca che pesano chili, che non possono essere imbracciate sotto la dupatta – sembrereste gobbe e infilate sopra la dupatta (cosa che dovetee fare comunque) vi fanno sembrare davvero ineleganti.

Sono convinta che una soluzione non c’è: la borsa non può essere eliminata, è un corredo genetico e nemmeno il velo. Entrambe gli accessori vanno indossati sin dalla più tenera età e diventano parte di noi, abbandonate ogni speranza di essere allo stesso tempo eleganti e disinvolte, non lo saremo mai.

Ps. A Dubai il problema è risolto: le donne emiratine indossano l’abaya, il soprabito lungo e nero che le copre fino ai piedi e oltre, anzi deve strusciare sul pavimento in molti casi. In quel caso mani e braccia sono libere e così negli shopping mall della città potete vedere il più alto numero di Hermès Kelly del mondo. Che invidia, ammetto, però per l’abaya non sono ancora pronta.