Narrative di guerra/ Chi entra e chi fugge

Ieri il Ministro degli Interni pakistano Chaudhry Nisar Ali Khan, a margine di un incontro con l’ambasciatore tedesca Ina Lepel, ha dichiarato di avere tutte le buone intenzioni di collaborare con i paesi dell’Unione Europea per garantire il rientro degli immigrati pakistani illegali e assicurarli alla giustizia. La questione non è stata così semplice come potrebbe sembrare leggendo i quotidiani di ieri. Dopo l’attacco terrorista di Parigi numerose sono state le polemiche e le critiche alla islamofobia da parte dell’occidente, che hanno come diretta conseguenza l’aumentato controllo sui cittadini di origine islamica e le restrizioni sul rilascio dei visti. Il governo pakistano inizialmente non era sembrato così propenso a riprendersi gli illegali e comunque aveva velatamente alluso alla revisione degli accordi con la UE, nel corso dei giorni scorsi durante la visita del commissario europeo a Islamabad.

Sull’International New York Times di oggi traspare, nelle cronache della strage di San Bernardino, l’imbarazzo del bureau investigativo rispetto all’ingresso della coppia di terroristi: Tashfeen Malik, la donna di origini pakistane, è entrata negli Stati Uniti con un visto K-1, quello riservato a chi viaggia per sposare una/un  cittadino americano, in questo caso Syed Rizwan Farook. I due si sono sposati nel 2014 in California. Non mi sembra irragionevole che due senatori repubblicani abbiano chiesto al Congresso dettagliate informazioni sul rilascio di visti e passaporti a due persone che si sono rivelate in grado di compiere una strage che ha ucciso 14 persone. I controlli alle dogane degli Stati Uniti sono severissimi, anche per cittadini come me, secondi forse solo a quelli per l’ingresso in Israele. Pure le maglie dei controlli si sono allargate, oppure (come succede anche in Europa) oramai è quasi impossibile controllare tutti i cittadini americani o europei di fede musulmana (e, aggiungo, sarebbe questa la strada giusta da percorrere?).

Pure il problema resta. Il flusso di richiedenti asilo verso l’occidente è destinato ad aumentare; l’attacco agli europei e agli americani da parte di terroristi islamici più o meno legati all’ISIS sta mettendo alle strette il “mondo bianco”. E senza dubbio il flusso “regolare” di migranti dal Pakistan, in questo caso, mette alle strette le ambasciate occidentali riguardo al rilascio dei visti. Per ragioni di sicurezza (l’accesso diretto alle ambasciate) e per l’ingente numero di pratiche da sbrigare, la richiesta di un visto in Pakistan passa prima attraverso poche e potenti agenzie: e anche da qui il traffico di esseri umani ha inizio: perché – come accade anche altrove – è l’ignoranza la causa del raggiro e il denaro la maniglia che apre tutte le porte. Sul marciapiede davanti la maggiore agenzia di Islamabad, uomini assoldati fermano donne e uomini che vogliono partire: non sanno nemmeno in quale paese vogliono andare. La Svezia, la Norvegia, la Germania? Nessun problema, i malcapitati vengono fisicamente portati nell’ufficio, pagano cifre esorbitanti anche solo per la compilazione di un modulo, vengono consegnati loro ogni genere di documenti falsi: certificati di lavoro e di laurea, offerte di borse di studio dall’estero. Documenti che vengono puntualmente respinti dalle ambasciate, così che l’agenzia non demorde e ricrea un’altra falsa pratica per un secondo paese. Sono pochi quelli che riescono a partire oramai e comunque quelli in grado di pagare. Sono molti invece quelli che scelgono la strada della clandestinità: pagano, ma almeno arrivano a destinazione. E una volta giunti nel nuovo paese, bruciano il loro passaporto e chiedono asilo, salvo poi rientrare in patria clandestinamente ogni volta che vogliono.

Se il traffico umano non può essere fermato così facilmente, almeno la gestione dei visti in uscita dal Pakistan non dovrebbe essere alla mercé di coloro che di traffico umano vivono, spacciandolo per attività legale.